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TEATRO
Il Making di Apotropaica

Il testo di Apotropaica prende le mosse dal 1999 e trova la sua conclusione nel 2002, quasi terminato il decennio delle guerre jugoslave, appena al di là del nostro mare. Memore dei pericoli lontanamente attraversati anche dal nostro Paese negli anni Novanta, con le minacce di frantumazione dello Stato da parte di alcuni movimenti politici, ho pensato a un testo che collegasse i due temi di cui sopra e che fosse immediatamente comunicabile, rappresentabile. Quale migliore linguaggio del teatro? Così ho seguito quella direzione, per quanto fosse del tutto nuova per me. Dalla mia avevo oltre dieci anni di performances poetiche, di letture pubbliche e radiofoniche, ma si trattava di altro e del resto avevo intenzione di coinvolgere la capacità recitativa di un’attrice, non solo quella che avrei potuto eventualmente scoprire in me.

Il nucleo del testo è così nato da alcune liriche in tema tratte dal mio secondo libro di poesia, Diversi tempi, che ho inframmezzato, seguendo un filo conduttore narrativo, con testi in prosa e monologhi. La trama di Apotropaica non si è dunque sviluppata lucidamente, a tavolino, ma ha preso forma attraverso alcuni momenti ispirativi “visionari” prestati dalla poesia e da lì si è sparsa come a macchia d’olio; il mio obiettivo era che i diversi nuclei narrativi si fondessero. Ecco allora la vicenda fantastorica (nel senso di un passato storico rimaneggiato dalla fantasia) di un’Italia turbata da impeti secessionistici, mentre il calderone jugoslavo riesplode a causa di fondamentalismi islamici seguiti ai drammi dell’11 settembre 2001.

Non è tutto. Il canovaccio delle vicende pubbliche si intreccia con i monologhi di una ragazza di Sarajevo e la vicenda privato-amorosa di una coppia emiliana, che assiste alla deflagrazione di un conflitto civile: qui intendevo trovare spazio ad un punto di vista interno alle vicende, ma anche alla possibilità di un linguaggio poetico del testo teatrale.

Essendomi sempre interessato alla multimedialità dell’espressione artistica (spesso ho fatto commentare le mie letture da immagini, musica, performance mimica: nel 1997 sono stato tra i buskers a Ferrara, invitato per la sezione poesia), dal 2000, parallelamente all’elaborazione del testo, ho curato la lavorazione di un video che avrebbe dovuto commentare la rappresentazione di Apotropaica. Ho percorso l’Appennino tosco-emiliano, la pianura e il Delta del Po girando immagini in locations che ho sempre considerato particolarmente suggestive come impatto visivo, come qualità della loro luce. Poi dall’ottobre del 2001 ho cominciato la fase di collaborazione con Stefano Massari, poeta e regista video, per il montaggio del materiale grezzo, la sua sincronia con i momenti recitativi e la selezione dei commenti musicali laddove li si riteneva necessari. Ne è uscito un lavoro quasi novanta minuti che copre tutta la rappresentazione e che ha portato a impressioni di entusiasmo da parte degli spettatori.

Il titolo del testo nasce proprio, fatto che considero non secondario, in seguito all’11 settembre. Il giorno dopo, il 12, ascoltavo il programma della radio Rai dell’ottimo giornalista Umberto Broccoli, che parlando a braccio, in un palinsesto di trasmissioni ancora sconvolto dagli eventi, pronunciava parole calde di raccoglimento, di riflessione, di consolazione, e tra queste proprio apotropaica, nel suo senso antico assegnato a oggetti, riti e cerimonie, inteso come allontanamento degli influssi negativi. Un senso che conserviamo negli stessi riti della civiltà cattolica (l’aspersione) e che sia il teatro greco che quello romano praticavano, nella rappresentazione ammonitoria e didascalica del mito. Il mito è stato da qualcuno definito “ciò che avviene una volta sola”: quindi allora, in relazione a uno spirito apotropaico del testo teatrale, anche “ciò che potrebbe avvenire se…” o “ciò che avvenne dopo che…”. Il sottinteso allude ovviamente a un comportamento negativo, conflittuale, violento da parte degli uomini, dell’umanità.

Riprendo con la “genesi” del testo. A ottobre 2002 ho terminato la ricerca dell’attrice che avrebbe interpretato Apotropaica, con il fortunato incontro con la giovane Silvia Fimiani – formatasi alla scuola di Nino Campisi – e del luogo della rappresentazione, il piccolo spazio teatrale bolognese Sipario Club. Da quel momento sono seguiti quasi sei mesi di intenso lavoro di regia, con una forte e appagante interazione sui testi e le modalità recitative innescatasi con Silvia Fimiani, e ovviamente il lavoro su me stesso, visto che in occasione della “prima” intendevo misurarmi direttamente con Apotropaica; anche per provocare, dal punto di vista del linguaggio espressivo, una visibile opposizione/contrasto tra l’attrice, immersa nel testo, e l’autore-intruso, che piomba sulla scena con tanto di leggìo e si propone-impone come voce off visibile, come voce narrante non neutrale, non disinteressata: una sorta di straniamento.

L’avvicinamento delle date fissate per la prima, il 14 e 15 marzo 2003, stava per far combaciare paurosamente la realtà finzionale di Apotropaica, in manifesta polemica con l’etica della guerra, con l’ennesimo momento di quella “guerra infinita” che affligge il mondo circa dal 1991: la minacciata “seconda guerra del Golfo”. Davvero non avrei voluto che le date coincidessero; non avevo alcuna intenzione di speculare sui drammi della cronaca - il problema vero è che purtroppo parlare contro la guerra è diventato necessario anche in quanto i conflitti sono diventati terribilmente frequenti -. Un circolo vizioso, insomma. Il pericolo opposto era, più razionalmente, che nessuno finisse per ascoltare questa voce contro la guerra, perché proprio l’esplosione dei conflitti, specie nelle prime ore in cui ne è diffusa notizia, provoca stati depressivi, sensi di colpa, mancanza di desiderio di uscire, socializzare, raccogliersi insieme in riflessione.

Naturalmente non è stata una fortuna che i bombardamenti americani siano cominciati la notte del 20 marzo 2003. Meglio sarebbe stato che non fossero cominciati affatto. L’unico vantaggio per me e Silvia Fimiani è stato appunto che abbiamo potuto esprimere la nostra voce davanti a molte persone, qualche giorno prima, quando una forte tensione interiore visibile in molti denunciava la speranza ancora presente che prevalesse la ragione. Il sottotitolo con cui Apotropaica è stato presentato sui manifesti - rito per cacciare la guerra – era al titolo strettamente collegato, come ho spiegato più sopra. Abbiamo cercato, davanti alle settanta persone convenute al Sipario nelle due serate, di essere più apotropaici che si potesse: i consensi dei presenti sono stati per la maggior parte molto partecipati, l’ascolto è stato pieno, è stata pronunciata in più di un caso la parola commozione. Se com-movere è, in senso latino, lo scopo principale di un testo drammatico, di un monito che apotropaicamente mira ad allontanare e in qualche caso prevenire realtà negative – la conflittualità, l’esaltazione della guerra come facile mezzo per risolvere le controversie – considero lo scopo di questo testo come raggiunto.

Nel 2004 Apotropaica ha vinto il premio “G.Gherardi”, patrocinato dall’Università (Dams) e dalla Provincia di Bologna, dalla Regione Emilia-Romagna e dal Comune di Granaglione. In giuria, il dr. Giacomo Martini, poeta, curatore di varie pubblicazioni, già docente del Dams di Bologna e anima del Premio; il prof. Arnaldo Picchi del Dams, il poeta Gregorio Scalise e altri esperti come Sergio Colomba e Claudio Meldolesi. Ricevendolo la sera del 31 luglio scorso a Borgo Capanne, vicino a Granaglione, luogo natale del drammaturgo Gherardo Gherardi dedicatario del Premio, la mia soddisfazione è stata naturalmente immensa; ha dato a me e a chi con me ha collaborato consapevolezza del lavoro svolto, e impulso a continuare sulla strada. Se si pensa tra l’altro che vincitore di una delle scorse edizioni del “Gherardi” è stato A come Srebrenica di Giovanna Giovannozzi, testo ancora a tema ex-Jugoslavia rappresentato in tutta Italia in oltre 160 repliche (a luglio 2004 a Marzabotto, luogo decisamente simbolico), si comprendono l’interesse del Premio e la consistenza dell’eredità/responsabilità lasciata ai successivi vincitori. L’aspettativa mia e naturalmente della Giuria nei miei confronti sarebbe quella di vedere di nuovo Apotropaica sulla scena, fosse pure nel lungo termine; vedremo, dunque, se una piccola realtà come questa può sensibilizzare nuovi… palcoscenici.

(Nell'aprile 2006 il testo è stato nuovamente rappresentato in due serate presso il teatro ITC di San Lazzaro, sempre con Silvia Fimiani come protagonista e Giovanni Bollini alla regia).


vedi anche:
  Estratti da Apotropaica, Giovanni Bollini
Ed. I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2004.

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