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TEATRO
Estratti da Apotropaica, Giovanni Bollini
Ed. I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2004.


Ho deciso che vivrò in questa pianura. Forse lo abbiamo deciso insieme. A volte vedo tuo padre scorticare le persiane, per la nostra casa, quella con il loggiato, lentamente, con pazienza, guardo la sua mano andare avanti e indietro dal ciglio della strada, dove passeggiamo fingendo che non stia accadendo nulla, che questo sarà il nostro luogo di pace.
E non so bene che cosa sia quel movimento, forse tuo padre non è veramente tuo padre, è qualcuno che non conosciamo. O forse lo sta facendo veramente ma per qualcun altro, in un altro mondo che vive di pari passo con il nostro, dove ci sono altri noi che fanno le nostre stesse cose, fino a questa giornata. E in questa giornata invece di aspettare come noi che la tempesta ci travolga, si guardano in faccia e riconoscono che stanno semplicemente attraversando un’unità di tempo, terminata la quale si guarderanno ancora e finiranno per gridare pieni di orrore, come chi non ha mai visto un essere umano nel profondo dello sguardo.
Io ti parlo dal futuro. Ed è difficile non farti capire che io so già tutto, ma non perché l’abbia vissuto, piuttosto perché il tuo essere inconsapevole mi trascina a viaggiare, a vedere molto più di quanto possa contenere il presente. Il tuo non sapere mi porta a spostarci per sempre, dove non ci sono soluzioni, non ci sono interruzioni, c’è solo acqua e tempo. Acqua e tempo. Sì. In fondo… ci stiamo avvicinando al mare.


BUIO. IMMAGINI SACCA DEGLI SCARDOVÀRI


Certi giorni l’odore di conchiglie marce si spinge fino a Bologna, ma sa di vita. Sa di scampagnate al mare che hai fatto da bambino e che non rimpiangi, perché eri in libertà vigilata, in un mondo di cui eri l’unico a far parte, immerso in una campana di vetro fuori dalla quale nessuno riusciva a sentirti. Eppure anche adesso avverto quell’odore pungente.
Quello delle molte ragazze che hai portato sullo stesso indefinibile scoglio, perché credevi di non dover mai più cambiare, per nessuna. E i giorni di gennaio quando ci sei andato solo, per lasciarti andare a certi abbandoni di morte, ma eri un codardo, un vigliacco, non sei mai riuscito a fare un gesto che ora ti appare in fin dei conti superfluo.
E tutte le volte che pensi di avere raggiunto una salvezza, i ristoranti in mezzo ai campi con i grilli che cantano, quando la domenica è un territorio senza avversari e un fuoco artificiale si mette a scoppiare per chi ha costruito la tua tregua di pace, ma tu scoppi dentro perché un grande passo si fa sempre quando finisce qualcosa, quando finiscono gli anni le estati le feste nei paesi le guerre di là dall’Adriatico. La tua consapevolezza che sei vivo. Non importa averla, occorre saperlo. O almeno sapere che questo è impossibile. Se ti dà questo così consistente brivido il fatto che sei soprattutto un’immagine.


BUIO. BRANO 1, CHE CONTINUA DOPO IMMAGINI TRAMONTO E TRALICCI; SI SOVRAPPONE ENTRANDO SULLA MUSICA


Nelle risaie ristagna ancora l’eco della nostra presenza, e i tuoi seni sono come i calici delle giunchiglie. Solo nei libri ho respirato questa quiete, questa non belligeranza per tacito accordo, per stanchezza di caldo. Lo sanno anche le folaghe che si alzano dagli argini quando noi passiamo, a farci largo come se ci stessimo recando in esilio. Siamo guidati e schiacciati dall’importanza dell’alta tensione, che butta campate di grossi fili elettrici da un gigante all’altro, in una fuga continua e ignota fino all’orizzonte. Il nostro essere giovani è una scommessa nel vuoto.


CONTINUA MUSICA SENZA IMMAGINI


Sotto le rondini avanza inquieto/ il nostro futuro. Un’avanzata agghiacciante; la tortura di sceglierti/ di non ossequiare il tuo tenerissimo dolore;/ di custodirti, coprirti del mio cappello/ e allontanarti dai pericoli,/ o rompere l’ora dell’ozio, del suono che ci rende neutra la strada. La tortura di cancellare ogni nostro dovere, e lasciare attorno/ fuori, il possesso, l’adempiere a questo cerchio,/ il farne parte per toccarci,/ nel mondo nuovo,/ così che si compia ciò che abbandoniamo. Questa difficile vittoria/ come ambedue si vede/ che non è più età di passarsi accanto, ma di fare,/ e non voltarsi, tenendo appena con l'indice/ un mezzo solitare che confonde.


(…)



Questa notte ho dormito da lei. Per tutto il tempo, con le finestre aperte, abbiamo sentito dei mezzi pesanti passare sulla statale e far tremare il ponte. Ma non era più come ogni estate, quando i camion di barbabietole fanno la spola per notti intere tra i campi e lo zuccherificio di Mirabello. Mentre cercavamo di dormire mi ha detto che aveva capito che cos’erano e dopo si stringeva di più a me, dicendo che avrebbe tanto voluto morire sul palco di un teatro all’aperto, mentre recitava Amleto per i partigiani con una bomba di cannone che le cadeva addosso nel momento più commovente. Magari la parte di Ofelia, la scena della pazzia. “Ecco del rosmarino, per il ricordo… ti prego, amore, ricorda. E qui le viole, per il pensiero.” (PAUSA)
Stamattina ci siamo svegliati con i posti di blocco di polizia per la strada. La televisione da Roma dice che alcuni reparti dell’esercito sono passati con i manifestanti, e che a settentrione del Po ci sono scontri in tutte le maggiori città, dopo che polizia e carabinieri si sono dichiarati leali al governo. Da qua la gente di Stellata ci è venuta a dire che sono sfollati, che sull’argine di qua del Po si sentono distintamente i rimbombi e due o tre granate sono arrivate in piazza. Dicono che i governativi hanno attaccato il ponte lungo di Stellata con tre o quattro reparti d’assalto, ma si sono bloccati sia loro che i nostri.
Noi ce ne stiamo chiusi in casa in attesa che tutto lo schifo ci arrivi addosso, e non sappiamo perché. Forse perché ne siamo segretamente attratti. Forse perché può fare qualche cosa per noi. Ucciderci, o dividerci. Dopo essere stati costretti a scegliere se esserci o scappare.


(…)


Le ho tenuto la mano ancora e ancora, come se stesse per avere il nostro primo figlio; e sentivo di avere sempre quel sorriso incredibile, però ora non più per respingere un’offesa imminente, ma per dirle in qualche modo che la paura aveva compiuto il suo corso su di noi, così come aveva dominato tutte le nostre due vite, così come ci aveva tenuti compressi nei nostri desideri; la paura di agire, la paura di amare, la paura di tentare. Avevamo domandato troppe volte di rimandare l’appuntamento, e ora la paura pretendeva la remissione totale del suo patto, di lasciarci la speranza di un vivere che avesse un senso.


RIPRENDONO IMMAGINI
IMMAGINI PIANURA SENZA MUSICA


Ecco che cosa ho fatto, le ho tenuto la mano. E ho leccato le sue lacrime sulle guance mentre mi si rivolgeva serrando le labbra e gli occhi, come per dirmi che comprendeva, che doveva passare attraverso a questo perché potesse risvegliarsi dal sonno delle nostre menti, ciò che non siamo stati; ciò che non saremmo stati.

(PAUSA)

A quest’ora la televisione racconta che le città principali della regione sono state prese dai governativi, e racconta che sono avanzati e si combatte già ai piedi dell’Appennino, dalle parti di casa mia. (PAUSA)
Non solo amo questa terra, e quella, con tutte le sue croci. Ma non posso che sorridere. Di esserci perduti entrambi per causa sua.

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