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RACCONTI
Giovanni Bollini
ZARA, PATRASSO
Pubblicato su Il Vascello di Carta n.1, marzo 1997



"Franci" "Sì." "Dammi un po' di cipster, per favore". Estrasse la borraccia dell'acqua da dietro il sedile e bevve alcuni sorsi. Poi tese la mano a Francesca e ricevette dalle sue piccole dita attente i croccantini gialli. Faceva molto caldo, ma sentivano come se nulla dovesse loro mancare per tutti i giorni a venire, fino a Patrasso. Filavano via né lenti né veloci, lungo la statale dalmata, che era stata risistemata e le buche richiuse dopo la fine della guerra. Alcuni zingari facevano l'autostop lungo i bordi della strada; l'ultimo era sceso poco prima di Zara, la città dei veneziani, e sinceramente sia Maci che Francesca erano sfiniti dai loro racconti di bambini e animali parlanti, e anni di lavoro da minatori. Non potevano mica caricarli tutti, volevano restare un po' di tempo soli.

"Sei rosso" disse Francesca, guardandolo di sotto in su mentre chiudeva la borsetta tra le gambe, sotto il cruscotto.
Maci ammiccò, senza guardarla. Amava essere guardato mentre guidava. Non aveva nulla da dire, e questo gli dava piacere, perché poteva guardare di tanto in tanto le scogliere ricevere i flutti dell'Adriatico, e permettere che Francesca riposasse un poco col viso girato verso il finestrino, senza occuparsi di lui. Si era sempre fidata di lui. Insieme avevano macinato centinaia di chilometri ogni volta, dalle Marche alla metropoli in autostrada, i venerdì e le domeniche quando si andava dai suoi, e lui aveva sempre guidato senza che Francesca si dovesse lamentare per una frenata brusca, o perché andava troppo veloce, là in mezzo, tra i due mondi, tra quello di lui e quello di lei quattro ore d'automobile. L'ultima volta era stata due giorni prima. Era sceso lui solo, che la cerimonia era fissata per il sabato alle cinque, e scendendo da solo si era messo a pensare. Molto. A pensare a tutto quello che avevano fatto negli ultimi cinque anni, a dividere dodiciore al giorno il laboratorio, e la sera i soliti due bocconi all'appartamento, con gli altri. Francina. Gli era stata vicina in silenzio, come se la sua presenza fosse stata scontata e banale, e poi un giorno alzò gli occhi su di lui per dirgli Maci, penso che quello che c'è tra noi sia così importante come tutte le cose più importanti del mondo. Poi gli aveva appoggiato la faccia sul petto e aveva lasciato andare tutta l'acqua che aveva negli occhi. Senza nessun rumore.

Pensava all'accoglienza che avrebbe avuto appena arrivato. Dallo zio Cipo, che avrebbe sciolto ogni imbarazzo durante il ricevimento del mattino con le sue battute spiazzate da medico di città, e dalle zie di Cagli, tra un litigio e l'altro intente a valutare il vestito di Maci. Su misura. Avrebbe fatto sicuro un figurone, pur con le sue gambe tozze e il corpo tarchiato come di chi ha retto molti pesi per lungo tempo senza mai parlare. Era arrivato fin lì. Era un uomo, ora, ed era arrivato ad esserlo senza mezzi termini, né ripensamenti, attraverso molte stagioni di biciclette e nebbia, la sera tardi, che non se ne vedeva la fine. E per gran tempo non aveva visto neppure Francesca se non come una persona da cui dare e avere era concesso, nei limiti di una diffidenza degna di chi è lontano, di chi vive l'inverno e finge che i fiori non possano sbocciare mai. Poi la prima incertezza, la prima esitazione di lei, molti appunti consumati nella sua casa come colleghi senza neppure sfiorarsi, e quel bacio nato alla finestra come un salto di fossi, e adesso, si dissero, adesso bisogna farci i conti con questa cosa, non possiamo far finta che niente, era perché ci siamo presi contro. Ce n'erano stelle, quella sera. Maci non aveva mai capito che cos'era stata per lui quella finestra e quel pezzo di cielo. Fu contento, e non si chiese mai il perché, non si disse che doveva saperlo, perché la sua vita si era fermata per quella ragazza. La seguì e nient'altro, finché seppe che doveva farlo per molto tempo a venire, che qualcosa di molto grande l'obbligava a farlo.

E quanta vita. Le colture da sorvegliare anche la notte, in laboratorio; le pile di Science in casa mai nemmeno sfogliate, i panini noiosi dal Baffo quando si poteva. Domeniche assenti. E ora era lì mentre pensava, avrebbe indossato il suo elegante spezzato nero. Avrebbe visto la sposa, domani. Ed erano pronte tre ceste di ciliegie, per gli invitati. Li avrebbe visti parlare sul terrazzo, protetti dal tendone oliva prima dell'aperta campagna, da Monterubbiano a Petrìtoli. Dorsali come di vacche al terreno, che snodavano a sudovest e poi più a sud, tra il Ténna e l'Ete Vivo, l'orizzonte piano come di mare, poco più blu all'angolo retto del tramonto. Quanto spesso certi sabati di mezza estate, verso il tramonto, Maci s'era avvicinato alla finestra, in camera di Franci, mentre lei spiattava di là con la madre, e l'aveva sentita cingerlo da didietro improvvisa, ma calma. Poi ascoltavano Enya o i Nomadi sdraiati sul letto con le imposte ancora aperte, che entrava l'ultima luce, tanto non si faceva nulla anche quella sera. Tutt'al più si andava a fare due passi nel corso, per mano. Senza grossa emozione; però lei lo guardava a volte con la faccetta di traverso e abbozzava compiaciuta un breve sorriso, perché si sentiva sicura, perché non voleva altro. Maci non voleva altro. Si ricordava, lui, della gelateria in città. Molti anni a far caciara dalle nove a notte fonda, senza pausa, tra quegli animi stanchi da operaio, senza un cinema, senza un passeggio, per ore a interrogarsi su andar dove o peggio, perdersi in battute sul campione del calcio o delle corse. E tutto per giocarsi le sue possibilità con la gente, per non doversi prendere la colpa se si fosse trovato solo. Dopo, molto dopo capì che nessuno ce l'aveva con lui, né lui l'aveva con nessuno. Così avrebbe camminato presto, da allora, verso qualcosa che avesse un odore nuovo, per lui, per qualcun altro possibilmente, che gli permettesse di non rimanere dove il caso ci ha gettati ad arrangiarci, senza criterio.


*


Ora ce l'ha fatta, a portare il caso dove vuole, fino a prendere un senso. Maci ora ha visto Fermo e dalla superstrada sta salendo alla città dei tre crinali.

Spazio aperto e declivio, la prima gente che scende per stendersi dove il mare è largo e zitto, la prima gente ai terrazzetti di scala, che ad occhi chiusi segue te che passi, perché il campo brucia e non permette il lavoro. Maci che passa presta l'occhio al mondo che è anche suo, ora. Al tormento facile del rilievo da dove prende la vista fino alla sua destra che fugge, lato immenso come il piano che solo s'inclina un po' per accoglierlo, che più su l'aspetta il premio di molti anni grigi e di attesa. Fermo ha la cattedrale che svetta e tre bracci di abitato come rettili placidi stanchi, manca solo che uno alzi la piccola testa e sussurri è vero, s'aggrappa al mio dorso la casa di Franci, che è giovedì mattina e le donne fanno girare l'aria per le porte aperte, l'inquilina per le scale, chi è lei lo sposo, be' ne faccia conto di Francesca non se ne trova più che sien così, e l'aiuti sì signora, va bene. Oggi Maci sta salendo dalla strada del mare e ha una persistenza di do nella mente, una nota luminosa che non ha mai udito prima, è dalla città che l'ascolta, non poteva conoscerla quando era immerso nell'assenza, e dall'assenza a Franci, già molti anni con lei, non c'era nulla di nuovo, sapeva già del vuoto. Di domeniche uggiose senza voglia di fare, di rientri dal reparto stanchi distrutti dalla fatica. Di qualche genitore che si ammala e ti soffre la vita. Dei tragitti in auto a novembre, ai semafori di città, umore amaro che si è lontani senza voglia di dire. E quanta noia. Non avrebbe più avuto il sole in faccia prima, mentre saliva dalla strada del mare, né la sua persistenza di do, che durava dalla costa, non prima, non più prima delle ciliegie e del suo spezzato elegante. D'ora in poi, dopo. Li avrebbe avuti insieme alla noia, e insieme a Franci.

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