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RACCONTI
Giovanni Bollini

A MONTMARTRE
Pubblicato su Tratti n.40, Ravenna, autunno 1995




"Ho pianto perchè d'ora in avanti pian-
gerò meno. Ho pianto perchè ho perso il
mio dolore e non sono ancora abituata
alla sua assenza."

A.Nin, Diari



Entrò nella prima cabina. L'anta più piccola continuò a cigolare per qualche secondo. Ora lo faccio, questa è la volta che lo faccio, si disse. Gli batteva il cuore, forte. Un'ondata di disgusto gli strinse lo stomaco in un pugno. Perché questo disgusto? Non lo sapeva. Non l'aveva mai saputo. Fece il numero, il più velocemente possibile, come una formalità da sbrigare. Rispose una voce dolce, e tuttavia distaccata. Lui, impacciato, le chiese le condizioni.
La ragazza non riusciva a capire e gli chiese di ripetere. Voleva solo sapere se c'erano dei problemi, quando le facevano una richiesta un po' fuori del normale. Lei rispose con apparente noncuranza, un po' ridendo e un po' dicendo che insomma, era sufficiente seguire certe precauzioni ovvie. Era chiaro che stesse tentando, per quanto poteva, d'esser rassicurante; tanto che lui azzardò, meno timoroso, di chiederle quanto fosse rigida in certi orari. Lei lo liquidò scherzando, dicendogli che non doveva rompercisi la testa, che doveva star proprio tranquillo. Così finirono per accordarsi per l'appuntamento, che era per poco dopo, appena poco dopo, e troppo subito. Troppo troppo subito.

Una via più larga, un edificio che si alza e allunga la testa. Cosa fai lì, piccolino? Lui non sapeva fuggire. La città gli scoppiava. Era singolare, sentirsi reduce da una morte e serbarsene una simile e prossima. Già, da tempo era morto. C'era stato un altro tempo in cui la luce pomeridiana gli cantava da sulle facciate antiche già terracotta dei palazzi, quando ancora erano buoni, e i suoni del mondo erano solo movimenti, episodi acuti e sinceri della gente indaffarata. Ora invece sotto i portici di quelle vie c'era un puzzo orrendo di escrementi di cane, e poco altro. Lo conosceva, quel supplizio che ogni giorno doveva sopportare giusto prima del pranzo. Se ne stava in apnea, per protesta, anche per decine di secondi. Camminando. Pigiò il campanello. Maledetto freddo, s'arrabbiò, io devo soffrire 'sto freddo senza far nulla, mi tocca di guardare anche ‘sto muro schifo del palazzo. Che situazione micidiale. Ora finiscila, si disse, non rispondere. Spero che non risponda, pensò, che non ci sia. Eppure ci siamo messi d'accordo, e non ha nessun senso che non ci sia.

Sussultando il portone si aprì, lasciando intendere una fessura, non puoi tirarti indietro, si sforzò, ed ebbe ragione di un ultimo impeto di resistenza. quest'ascensore mi sta portando dal mio mondo ad un altro che non c'entra proprio, disse tra sé, ora sto oltrepassando il segno, senza ritorno. E questa immagine che si cambia. Per anni immagine, ed ora eccola che assume l'aspetto più duro. È totalmente diverso. È un'altra cosa. Non vale in questo modo, è un gioco scorretto. No, non c'è più tempo. Lei era vestita normale, niente di più ordinario, lui trovò che fosse bella. Gli disse di accomodarsi grazie nella camera attigua, per nulla sorpresa o turbata, e come avrebbe dovuto, del resto. Lui passò, entrò e l'attese. Non si sentiva nemmeno a disagio. Solo quando lei venne si guardò attorno e immaginò dove fosse, desolatamente. Capì che non c'era nulla da prendere a piccoli sorsi, o dire una parola, capì che non c'era da parlare, che non c'era nulla da rispettare. Ma non sarebbe stato certo diverso, se fosse stato veramente tutto diverso. Sapeva anche questo. Ora tentò di sedersi sul letto morbido di fianco a lei. Profumava di notti sotto casa, di belle parole quando il male finisce, di manine aperte in cui far muso di gatto. Frizionò il suo braccio, tra le cosce calde e trasparenti di lei. Diciannove ricordi. Sedici. Ritirò la mano, e pensò che era diverso. Lei sembrava perplessa, o forse già s'era trasformata in quel suo corpo e basta, lasciando che la pelle fosse una membrana insuperabile, tra il cuore e le mani di lui. Infatti lui si ritrasse del tutto. Ma l'avrebbe fatto comunque.

Ora voleva solo abbracciarla. Non aspettò nulla. Accenni incerti ad allontanarsi di nuovo, di lei questa volta. Acconsentì per non essere crudele. Respirava male, la narice contro la guancia di lui, e il muscolo quasi addormentato, sotto il braccio. E aveva la schiena che si storceva, presa dall'impeto di lui che non voleva farle capire nulla. Restava attaccato, e stringeva. Non staccarti ora. Qualcuno soltanto pronto al distacco. Lei gli chiese, forse con disprezzo, che significava tutto ciò. Sapevo che non avresti capito, le disse. Non pensare, non farmi domande, stammi così, per favore. Per favore, lui disse ancora in un fiato, sperando che non avesse alcuna reazione. Lei respirò la propria poca abitudine di queste cose strane, fissò ovunque per impazienza, e rimase inerte. Non reagì. Non volle divincolarsi, non lo scaldò nemmeno. Io posso, pensò lui. Soltanto io adesso. Non ha risposte, per me, non posso averne. Questo braccino di pizzi neri e raso che ammalia, dagli vita. Non fare che sia una sciarpa, che io non me la butti al collo così. Non vuoi. Non vuoi, vero? Un manichino addosso a lui, le braccia a perpendicolo. L'ha svuotata. Non era in questo modo che s'era intesi. Allora era questo che intendeva, pensò lei, mentre lo sentiva deglutire e guardar basso, ascoltando ogni suo movimento, che non volesse venir via, per carità, che altrimenti non avrebbe saputo più come comportarsi. Ma forse era lui a stancarsi di quell'immobilità, anche se non era certo di saperlo, dovremo passare tutta la mattina così, e quando cambiamo posizione, si chiedeva ora spazientito. La sollevò da ogni peso, perchè non fosse lei a farlo. Si liberò dalle due braccia profumate e appoggiò la schiena al muro, come fosse emerso dopo un'eternità da un mare in tempesta. Che tipo inatteso, rifletté lei, ora sì che poteva fare qualche cosa, e non sentirsi disorientata. Lui la vide ravviarsi i capelli, e appoggiare gli zigomi sulla sua coscia. Poteva accarezzarla. L'accarezzò. Stavano in una mansarda a monolocale, e dal letto poteva guardare fuori, attraverso la finestra nel gabbiotto. Quella parte della città non rovinata. I tetti color rosso sparsi sotto le antenne. La parte di pace che sapeva di cose lontane. Ho voglia di cittantìche, pensò lui, ho voglia di stanze nei castelli, sulle strade per il mare. Ma non posso, si disse. Io che ho visto gente come me soffrire nelle piazze più belle, pensò, dove un solo respiro è carico di certezze, eppure allontanato da casa, lasciato solo dall'unica persona che contasse, e tutto per aver creduto nel suo viso soltanto. Bastano poche parole per spezzare un cammino, perchè il percorso prenda la via già del ritorno. Tutto questo lui lo sapeva, e mentre lo pensava strizzava le palpebre, fino a sentir male. Perché non doveva lasciarsi tentare da quello che vedono gli occhi. Per quanto fosse per lei un estraneo, la vedeva respirare la sua stessa tempesta. E non era fatta per rimanervi, nemmeno un attimo, perchè non c'entrava nulla.

Lei tentò di portarlo via, sulla strada normale, dove non si sentissero fuori posto. Sapeva farlo anche con lui, ne era sicura. Non sapeva fare altro, non aveva mai fatto altro nella sua vita. Con cautela, con estrema cura prese ad aprirgli i pantaloni, estrasse il pene, cominciò a succhiarlo, placida, annoiata. Sentiva che lui, in alto, non sapeva accettarla, e che non voleva, e che sotto quella frangetta, là sotto, qualcosa lo stava portando altrove. Di nuovo altrove, di nuovo via. E lui non voleva, ma le stava cedendo, fino a perdersi del tutto. Lui restava nel buio e lei era oltre. Sentiva il proprio corpo non consentirgli il dolore già avuto, e che pure voleva meritare. Ma ciò che restava, quel che restava di sé l'agghiacciava e lo tirava dentro, lo costringeva ad essere spettatore della vergogna, ché lui non voleva, non voleva ancora cedere, rimpiangere di desiderare, desiderare il passato e capire che era soltanto il presente. Un altro presente, l'ennesimo. Sentiva che stava piangendo a dirotto, in silenzio. Stava piangendo su quella città di tetti, ma era altro che vedeva. Non c'era nessuno là in mezzo, e lui poteva guardare e piangere, e pensare ai castelli sulle strade per il mare, che nemmeno lei, là sotto, lo guardava. Era impegnata. E la frangetta lo rassicurava, non avrebbe sollevato la bocca per chiedergli perchè si disperasse tanto, non l'avrebbe mai fatto. A lui questo stava bene, almeno. Che tu possa rimanere laggiù per sempre, pensava, ora che un po' del mio corpo è con te. Era questo che volevi, vero? Essere quello che sei. Nulla di diverso, per non doverti perdere, per non venire nel buio con me. Ma in realtà lui non aveva capito nulla. Lei continuava a respirare la sua tempesta, ed era scesa laggiù solo per poter ristabilire ogni cosa, per separarsi da lui con i capelli, per salvarsi dal basso mentre lo vedeva salire e dissolversi tra i flutti, tra l'acqua delle nubi e il calore della luce ingannevole e beffarda. Non la attirava, quel sole. aveva imparato a difendersene da tempo. Lui no, ma non era tenuta ad aiutarlo. L'aveva accontentato, per quanto poteva. Gli aveva concesso braccia come sciarpe, gli aveva concesso profumo e guance, non aveva fatto storie. Ora sentiva soprattutto il dolore della mascella, da troppo aperta, abboccata alla sua cima gonfia e stanca. Volle davvero sollevarsi da lui, e lo fece, malcerta, esitante. Dopotutto capitava anche gente simile. Lui era già riuscito a ricomporsi. Sembrava non gli importasse nulla, che l'avesse lasciato lì a metà. Invece stava combattendo, con tutto il dolore che sapeva, per non cingerle il grembo e appoggiarvi la faccia, e fingere che lei non fosse quel poco.
Lei era lì in piedi, appoggiata al tavolo, lo guardava e poi guardava a terra, e lo guardava di nuovo. Non tornare qui, riuscì a dire pesantemente, mi metti tristezza. Non ti devi preoccupare, rispose lui. Non sarei tornato.

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